Gli ambienti di origine sforzesca - Castello Sforzesco
Gli ambienti di origine sforzesca
Le sale ducali
Le sale degli appartamenti ducali, la dimora milanese di Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia dal 1468, collocati al piano terra della Corte Ducale, ospitano il Museo d'Arte Antica. Alcuni ambienti coperti da eleganti volte a padiglione conservano, anche se ampiamente restaurate, le antiche decorazioni dipinte. La terza sala del Museo, la Cappella di San Donato, presenta sulla volta una Resurrezione di Cristo, commissionata probabilmente da Galeazzo Maria Sforza ed eseguita prima del 1477.
La Sala delle Asse (sala VIII del Museo d'Arte Antica)
Non a Galeazzo Maria ma al fratello Ludovico il Moro si deve la Sala al piano terra della Torre Falconiera. Qui opera il genio di Leonardo da Vinci, che inventa per una sala chiusa un pergolato composto dal fitto intreccio di diciotto alberi, che lascia solamente intravvedere brani di cielo. Sulle pareti della sala frammenti a monocromo mostrano rocce divelte da radici d'albero e un paesaggio. Tre targhe celebravano sulla volta episodi fondamentali del governo del Moro: l'alleanza con l'imperatore Massimiliano, stipulata grazie al matrimonio della nipote Bianca Maria Sforza nel 1493 con il sovrano stesso, la conferma del titolo ducale nel 1495 e l'aiuto richiesto dal Moro all'imperatore Massimiliano per contrapporsi al re di Francia Carlo VIII. Una quarta targa, abrasa durante i restauri degli anni Cinquanta del Novecento, ricordava invece la resa di Milano al re francese Luigi XII e venne aggiunta dopo la fuga del Moro nel 1499. La scoperta di questa sala dipinta, unica a Milano, avvenne nel 1893-1894.
La Sala dei Ducali (sala XI)
La sala ha la volta ornata da stemmi di Galeazzo Maria Sforza su fondo azzurro, con le iniziali dipinte “GZ MA” e il titolo “DVX MLI” (Galeazzo Maria Duca di Milano). Appassionatissimo di araldica, il Signore di Milano fece riprodurre le sue iniziali in molti ambienti della residenza.
La Cappella Ducale (sala XII)
Fortemente voluta da Galeazzo Maria Sforza, la cappella fu edificata da Benedetto Ferrini e Bartolomeo Gadio e affrescata da un gruppo di sei pittori tra i quali si ricordano, perché citati nei documenti, Bonifacio Bembo, Giacomino Vismara e Stefano De Fedeli. I lavori iniziarono e si conclusero nel 1473. Lo Sforza aveva fretta di realizzare la cappella, per accogliere i ventidue cantori scelti nelle corti di tutta Europa. Le pareti, sulle quali si staglia una teoria di Santi, sono decorate a pastiglia dorata con il sole raggiato, mentre le lunette conservano, molto sbiaditi, gli stemmi sforzeschi. Al centro della volta il Cristo risorto in una mandorla dorata sembra ascendere verso Dio Padre circondato da angeli. Il motivo delle guardie al sepolcro, sempre sulla volta, presenta un’iconografia nuova e inconsueta: invece di dormire, al momento della Resurrezione, i militi sembrano infatti saltare per aria, ricadendo al suolo in pose curiose. Questo singolare gusto si ritrova anche sulla volta della Cappella di San Donato, di poco successiva.
La Sala delle Colombine (sala XIII)
Ornata come un tessuto, la sala reca l’impresa della colombina nel raggiante su sfondo rosso e il motto “à bon droit” (“a buon diritto”). Si tratta di un affettuoso omaggio offerto da Galeazzo Maria Sforza ai suoi avi Visconti. Questo motto venne suggerito dal poeta Francesco Petrarca a Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano.
La Sala degli Scarlioni (sala XV)
Era così chiamata per le decorazioni a fasce bianche e rosse con andamento a zig zag, oggi visibili grazie agli ampi restauri di fine Ottocento. In questa sala i duchi concedevano udienza e convocavano il Consiglio segreto.
La Sala del Tesoro
Gli Sforza scelsero di custodire il tesoro nella parte più sicura del Castello, nella Torre Castellana in Rocchetta. La Sala del Tesoro, oggi parte della Biblioteca Trivulziana e sede di esposizioni temporanee, conserva parte di una decorazione voluta da Ludovico il Moro. Datato agli anni tra il 1489 e il 1491 e tradizionalmente attribuito alla mano di Bartolomeo Suardi detto il Bramantino (notizie dal 1480 al 1530), un grande affresco ritrae Argo, mitica figura di custode, scelto come simbolico difensore del tesoro.
Della figura centrale è andata perduta la testa, per modifiche architettoniche alla sala già in età sforzesca. Vestito di un mantello di pelle animale, con un bastone in una mano e un caduceo nell’altra, Argo doveva avere il capo coperto da un diadema o un turbante di piume di pavone, allusione ai suoi cento occhi. Due medaglioni ai lati narrano come Mercurio abbia addormentato Argo con la musica e come lo abbia ucciso. Più complessa resta l'interpretazione della scena sul medaglione centrale. Appare qui un gruppo di persone con al centro seduto un personaggio che tiene il piede destro su un globo.
La presenza di una bilancia ha portato alcuni critici a interpretare la raffigurazione come una “pesatura dell’oro”, ma persistono dubbi sul significato della scena. Unico riferimento agli Sforza sembra essere il caduceo, aggiunta probabilmente successiva al primitivo progetto decorativo.
La Ponticella (sale IX e X nel Museo d'Arte Antica)
La Ponticella, voluta da Ludovico il Moro e secondo una tradizione progettata da Bramante, è un arioso edificio sopra il fossato, composto da un portico e da tre salette. Sappiamo da fonti contemporanee che in uno di questi “camerini”, parato a lutto, si rifugiò Ludovico il Moro, disperato per la morte prematura della moglie Beatrice d’Este nel 1497. Le sale portano ancora oggi il nome di Salette Nere perché il Moro, in lutto, le definiva "negre" in due lettere del 1498. Per la decorazione pittorica, di cui non è rimasta alcuna traccia, il Duca di Milano coinvolse Leonardo. I graffiti nel porticato sono stati fatti eseguire da Luca Beltrami, durante il restauro della Ponticella, che riprese quelli dell’Abbazia di Chiaravalle Milanese e della cascina Pozzobonella. Beltrami aggiunse anche una pianta seicentesca del Castello.